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Mercoledi' 4 Gennaio
Alle 8 salutiamo gli asinai e ci mettiamo in marcia. In soli 15 minuti raggiungiamo il bordo della falesia del Tassili N'Ajjer e davanti a noi si apre una splendida finestra sul grande erg d'Admer che parte da qui sotto e si stende a perdita d'occhio verso ovest. Iniziamo la discesa lungo il canalone, procedendo con cautela sui pietroni chiari. Quando siamo circa a meta' iniziamo a sentire le grida degli asinai dirette agli asinelli.
Arrivati in pianura percorriamo un piccolo uadi sabbioso, alla nostra destra le pareti a picco del tassili, baciate da un sole gia' forte, ci lanciano un ultimo saluto.
Ben presto arriviamo in uno spiazzo dove sono parcheggiate tre jeep, le stesse che ci porteranno via. Un'ultima volta ci sediamo a terra tutti insieme e mangiamo pane, formaggio, salame, yogurt e banane. Lentamente arrivano tutti gli asini ed i tuareg li scaricano velocemente. Brave bestiole, adesso vi meritate un bel riposo !
I tuareg sono al settimo cielo al pensiero di tornare finalmente alle loro famiglie ed ai loro amici. Tutti sorridenti si fanno fotografare in gruppo e, dopo aver ricevuto la nostra busta con le mance e dopo averci salutato personalmente, si allontanano, ognuno per la propria strada.
La nostra strada ci riporta a Djanet: questa oasi, che al nostro arrivo dall'Italia, nove giorni fa, ci pareva un meraviglioso posto esotico, una romantica oasi persa in mezzo al deserto, oggi ci appare come l'isopportabile ritorno alla civilta', la fine di una vita semplice e naturale a strettissimo contatto con la natura, la fine di un vero viaggio nel passato, in tutti i sensi ! Questo viaggio ci ha fatto tornare tutti un po' primitivi, ha toccato le corde intime dei nostri cuori desiderosi di vita semplice, ci ha fatto suonare come strumenti, vibrare in sintonia con il vento, il fuoco, la sabbia, le rocce, le stelle. Credo che di piu', ad un viaggio, non si possa chiedere.
Un grazie di cuore a tutti i tuareg ed a tutti i ragazzi italiani che hanno viaggiato con noi: ognuno di loro ha contribuito a rendere unica questa esperienza !
19 chilometri di piste ci conducono al cortile dello Zeriba, ogni coppia prende possesso ancora una volta della propria stanza e si concede il lusso di una doccia calda.
Poi visitiamo l'oasi, sparpagliandoci ed incontrandoci per le vie diverse volte.

Djanet rappresenta, con i suoi ventimila abitanti, il secondo insediamento urbano del sud dell'Algeria dopo Tamanrasset. La parte vecchia e' costituita da abitazioni arroccate lungo le pendici di una collina, mentre la parte piu' nuova si sviluppa a valle, specialmente lungo la riva orientale del grande uadi Edjeriu.
In passato, Djanet era molto importante perche' situata sulla rotta delle carovane provenienti dal sud del continente; oggi e' una sonnolenta cittadina dove i pochi tuareg degli altopiani si mischiano sempre piu' spesso ad arabi e neri del sud. Il turismo rappresenta oggi la maggiore fonte di guadagno per la gente ma sta lentamente minando le sue tradizioni e la sua cultura.
La cosa piu' singolare dell'oasi e' la splendida palmeria, verdissima ed ombrosa: le piante producono carnosi datteri squisiti. Molto carino e' anche il souq, un rilassante mercato immerso nella semi-oscurita' ricco di prodotti locali e di importazione. Assolutamente da non perdere e' una fetta di "baclava", dolce tipico a base di frutta secca e miele !
Da mettere in valigia anche una lattina di harisa, salsa piccante a base di peperoncini rossi.
Splendidi i monili ed i pugnali d'argento, sapientemente lavorati dai tuareg, frutto di una tradizione che li ha resi famosi nel mondo. Ed e' proprio accennando a questa sublime forma d'arte che chiudo il mio resoconto del nostro viaggio in Algeria. E' sulle note dolci e nostalgiche della musica che si sente per le vie ormai buie dell'oasi che saluto mentalmente Djanet, i "nostri" tuareg, l'Algeria. Domani faremo rientro alle nostre vite, al nostro lavoro, al nostro andar sempre di corsa, ma avremo collezionato un nuovo dolce ricordo ed una certezza verra' via con noi: prima o poi "torneremo a casa", nella grande casa "Africa".
Racconto tratto dal sito http://digilander.libero.it/antoniotaddia
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