arrowHome arrow Racconti di viaggi arrow Birmania arrow Missione Birmania: un viaggio fuori dal tempo venerdì, 21 novembre 2008  
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Missione Birmania: un viaggio fuori dal tempo PDF Stampa E-mail
Scritto da Stefania Capitanio   
Indice degli Articoli
Missione Birmania: un viaggio fuori dal tempo
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Oltre ad essere il resoconto del nostro viaggio in Myanmar (i luoghi, dai nomi per noi spesso impronunciabili, sono meglio descritti nella Lonely e in molti altri racconti di TPC), vorremmo, con questo scritto, portare in evidenza alcuni aspetti della vita in questo paese, particolari e sfumature che abbiamo potuto apprendere grazie alle conoscenze fatte, che magari agli occhi di un normale turista possono sfuggire (le guide e gli autisti non possono dire tutto quello che vogliono, pena il ritiro del permesso di lavoro), passare inosservate, o essere notate ma non sufficientemente percepite, a volte date per scontate. Per portare a conoscenza dei molti, le condizioni di vita e la mancanza di libertà di questo popolo, facendo nostra una frase del premio Nobel per la Pace, la birmana Aung San Suu Kyi: “Per favore, usa la tua libertà per promuovere la nostra…”

 

(I NOMI DEI NOSTRI AMICI SONO STATI CAMBIATI, NON VORREMMO CAUSARE LORO QUALCHE PROBLEMA)

 

Il nostro desiderio di visitare la Birmania è nato circa 5 anni fa, quando abbiamo avuto l’occasione di conoscere un ragazzo birmano, Matteo, che si trovava in Italia, a Roma, per studiare presso l’Università Lateranense per prendere i voti sacerdotali. Divenuto prete, nel 2003 è tornato nella sua terra per aiutare la sua gente. Tra mille difficoltà siamo riusciti a rimanere in contatto (inviare lettere per posta è praticamente impossibile, con DHL molto caro, ultimamente con la e-mail è più facile ma laggiù non sempre internet funziona): grande era la voglia di vedere con i nostri occhi quello ci raccontava.

Nel frattempo abbiamo avuto l’occasione di conoscere un altro ragazzo birmano, Bartolomeo, in Italia sempre per studiare per diventare prete presso il seminario del Pime, che proprio quest’anno poteva ritornare in patria per le vacanze scolastiche dopo un primo periodo di 3 anni in Italia (non possono tornare prima di questo lasso di tempo).

Anche se sappiamo che il periodo non è dei migliori a causa del monsone (va beh, ci porteremo mantelle, ombrello e kway…), circa a metà marzo programmiamo la partenza per il giorno 30 giugno.

Inoltre, pochi giorni prima della partenza, abbiamo avuto l’opportunità di conoscere una ricercatrice medica birmana di Mandalay, di nome Lucia, che si trovava presso l’ospedale della nostra città per uno studio/ricerca sulla malaria, e che sarebbe tornata a casa dopo qualche giorno.

Poiché lo scopo principale del viaggio è quello di rivedere ed aiutare padre Matteo, che nel frattempo è diventato direttore si una importante organizzazione umanitaria con ufficio anche a Mandalay, i mesi che ci separano dalla partenza sono spesi nella frenetica ricerca di materiale da portare nei villaggi cattolici: vestitini, materiale didattico, ma soprattutto medicinali ed piccole attrezzature mediche (termometri, apparecchi per misurare la pressione, ecc…). I giorni precedenti la partenza invece, sono una disperata ricerca di “compattare” il più possibile tutto il materiale nelle valige, pesando con cura tutti i bagagli per non superare i kg. consentiti (20 kg, ai quali la Thai ci ha concesso altri 15 kg a testa per aiuti umanitari, per il solo viaggio di andata). Dubbiosi su quello che troveremo laggiù, mettiamo nelle valige anche qualche provvista alimentare (biscotti, crackers… e Grana Padano!!)

Nel frattempo sia Bartolomeo che Lucia sono partiti: li ritroveremo in Myanmar.

Sabato 30 giugno

Alle 10,00 tutti e 7 siamo pronti con le nostre valige stracolme. Con il pulmino preso a noleggio in circa un’ora siamo a Malpensa. Timorosi ci avviamo al check-in (la Thai avrà mandato l’autorizzazione per imbarcare kg. in eccesso??!), un poco di coda, troviamo un addetto molto gentile che senza problemi imbarca tutti i 13 bagagli per un totale di ben 205 kg. di peso… a ben guardare avremmo avuto ancora un po’ di kg a disposizione !!

Decolliamo regolarmente alle 14,30 e dopo un volo di 10 ore sul comodo aereo Thai, con le eleganti hostess che passano ogni 5 minuti a rifocillarti, alle 6,00 atterriamo a Bangkok.

 

Domenica 01 luglio

Nel nuovissimo e modernissimo aeroporto di Bangkok una hostess ci saluta regalando a tutti una orchidea. Un breve scalo, il tempo di cambiare gate e alle 8,00 rieccoci sul volo Thai che in meno di un’ora ci porterà a Yangon. Anche l’”International Airport Yangon” è nuovo e molto moderno: al nostro arrivo non c’è molto movimento. Si chiama “International”… ma non possono atterrare voli provenienti da paesi extra-asiatici. Il primo segnale della chiusura dell’attuale situazione politica.

Subito al di là della vetrata vediamo p.Matteo che ci saluta: facilmente sbrighiamo le pratiche dell’Immigration, p.Matteo con un pass speciale riesce ad entrare nell’area riservata agli arrivi e possiamo salutarci. Ora rimane l’impresa più ardua: riusciranno tutti i nostri bagagli a passare la dogana? Qualcuno passa tranquillamente, qualcuno viene aperto e rovistato, sbucano scatole di caramelle e divise da calcio; ci chiedono per chi sono. Un po’titubanti, rimaniamo sul generico, e rispondiamo che sono per i bambini.

Finalmente fuori dall’aeroporto ci possiamo salutare “tranquillamente”. P.Matteo ci presenta subito Maria, una ragazza birmana di 26 anni che fa la guida turistica per una agenzia viaggi italiana che ha sede a Yangon: fortunatamente questa settimana non ha altri turisti da accompagnare e quindi può dedicarsi a noi. Anche lei è cattolica, parla molto bene l’italiano, essendo stata per un anno e mezzo a studiare a Perugia: è ritornata in patria un anno fa. Maria ci farà da guida fino il giorno 7, avendo p.Matteo ancora qualche impegno di lavoro.

Carichiamo tutti i bagagli sul pulmino e ci dirigiamo tutti insieme verso la città di Yangon, distante circa 25 minuti.

All’ingresso della città si trova un grande arco con la scritta “Benvenuti in Myanmar la terra dorata”. “Myanmar”, ci dice Maria, significa “sviluppo forte e veloce”… ma “solo a parole”, aggiunge…

Yangon appare subito come una cittadina movimentata: nonostante sia domenica e non siano ancora le 10,00 il traffico è abbastanza sostenuto (qui, il governo ha proibito la circolazione di motorini e biciclette). P.Matteo e Maria ci notiziano subito che la giornata in Birmania inizia presto: normalmente la sveglia è alle 5,00 – 5,300, appena fa chiaro e termina altrettanto presto, quando il sole tramonta, verso le 18,30. Pochi hanno l’energia elettrica in casa (… vedremo poi che pochi hanno veramente una casa, i più vivono in capanne), gli altri si arrangiano con candele, i più fortunati con i generatori, molti restano al buio. Maria ci dice che i suoi genitori hanno fatto la domanda per ottenere l’energia elettrica quando si sono sposati: l’hanno ottenuta lo scorso anno, quando è nato il primo nipotino… dopo 25 anni. L’energia elettrica viene fornita per circa 6 ore al giorno, non sempre alla stessa ora, a volte di giorno, a volte di notte, magari quando uno è fuori casa per lavorare… svolgere anche le cose più semplici a volte può essere davvero un problema. Sono poche le persone che hanno elettrodomestici “primari”: la lavatrice è un lusso, il frigorifero pure.

Ci raccontano che in Birmania vivono circa 55 milioni di persone (14 sono le etnie presenti, che sono rappresentate dalle stelle presenti sulla bandiera) su un territorio vasto due volte l’Italia: 5 milioni vivono a Yangon, 2 a Mandalay, 1 nella nuova città di Pyin OO Lwin. Più della metà della popolazione è rappresentato da donne, il 20% della popolazione è monaco, il 20% è rappresentato dai militari. Maria, che capiremo subito essere molto arrabbiata con questo governo, senza peli sulla lingua, commenta che il 60% della popolazione deve lavorare per mantenere se stesso e quel 40% (monaci e militari) che vive sulle loro spalle. Vedendola così espansiva (e conoscendo la situazione politica birmana), subito le chiediamo se l’autista ed il suo secondo che funge da “navigatore” (eh si, è un problema avere i mezzi di trasporto con la guida a dx, ricordo della dominazione inglese, ma non guidare più come loro…) capiscono l’inglese o l’italiano e se comunque possono intuire quello che sta dicendo. Maria queste persone le conosce e sa che non capiscono altra lingua oltre il birmano: veniamo informati che nel caso non fosse sicura delle persone che le stanno attorno, degli autisti, dei barcaioli, o appena notasse qualcuno che si avvicina troppo mentre ci sta parlando o spiegando, sarà costretta a stare zitta o a cambiare discorso. Inoltre ci dice che anche i militari, che spesso sono in borghese, e le “spie” si stanno aggiornando: prima capivano solo l’inglese, ora cominciano a studiare anche le altre lingue, e se ci sono lingue che non riescono a capire, registrano e poi fanno tradurre.

Per raggiungere l’hotel dovremmo passare davanti la casa dove vive Aung Sang Suu Kyi (il premio Nobel per la pace che vive agli arresti domiciliari): siamo costretti a fare una deviazione in quanto nessun mezzo può passare davanti la casa della “Signora” (non possono nemmeno chiamarla per nome, figuriamoci fare commenti o parlarne con i turisti), pena la revoca della licenza di guida turistica ed il ritiro della patente e del mezzo per il conducente. Ci informa inoltre, che essendo da poco stato il compleanno della “Signora” ci sono parecchi problemi anche per l’utilizzo di internet: il governo non gradisce che le vengano inviati messaggi, anche solo di auguri, non vuole che il popolo si metta in contatto con lei.

Arriviamo in hotel (Summit Parkview, $ 45 la doppia con colazione, stanze grandi e pulite) che si trova nei pressi della famosa Shwedagon Pagoda. Veniamo accolti con un drink di benvenuto (capiterà cosi in tutti gli alberghi e le case che andremo, i birmani sono molto ospitali), prendiamo possesso delle camere e… comincia a piovere molto forte!! Prepariamo gli zainetti per uscire, ci armiamo di mantelle e ombrellini, ma….non piove già più! Fa molto caldo, un caldo molto umido.

Consegnamo a p.Matteo tutti i bagagli con il materiale a lui destinato di modo che possa subito spedirli con il pullman al suo ufficio di Mandalay.

Nella hall dell’albergo ci ritroviamo attorniati da donne e uomini che indossano eleganti gonne, il famoso loungy: è in corso il festeggiamento di una matrimonio. Fuori, alcune eleganti ragazze ricevono gli ospiti che portano i regali per gli sposi, impilandoli perfettamente su un lungo tavolone. Il tutto viene immortalato perfino da una troupe televisiva.

Di nuovo sul pulmino, siamo pronti per andare alla scoperta di Yangon. Lontano da occhi indiscreti consegniamo qualche regalo a p.Matteo: una maglia della Nazionale campione del mondo, una maglia della Juve (espressamente su sua richiesta… altrimenti ci saremmo rifiutati!!!), qualche libro e da ultimo delle foto sempre della Juve ed un gagliardetto autografato da Del Piero ed altri giocatori che abbiamo chiesto alla società bianconera e che gentilmente ci è stato fornito… fortunatamente è arrivo il giorno prima della partenza!

Cambiamo qualche dollaro in Kyat e subito ci ritroviamo con un mazzo di enormi banconote. Se andate in una delle poche banche per il cambio dei dollari vi verranno dati dai 6 agli 8 Kyat (cambio ufficiale): in qualsiasi altro posto (mercato nero, alberghi, ristoranti) il cambio applicato va dai 1100 ai 1250 Kyat!

La prima tappa è un ristorantino tipico (10000 kyat – n.b. i prezzi dei ristoranti sono leggermente sfalsati perché la spesa veniva divisa tra noi 7 ma a tavola eravamo sempre in 9 o 10), dove cominciamo ad entrare in confidenza con la cucina birmana ed asiatica in generale: zuppa, riso bollito, verdure fritte ed al vapore, pesce fritto o alla griglia, pollo, tante salsine tutte molto piccanti, frutta (ananas, mango, papaia, banane) ci faranno compagnia per tutto il viaggio.

Dopo pranzo ci rechiamo alla Pagoda Chauzkhtakyi, per vedere il famoso e gigantesco Budda reclinato; successivamente è la volta della maestosa e mistica Pagoda Shwedagon: una quantità di stupa, templi, budda, nat, campanelle, tutto d’oro… affascinati ci fermiamo fino al tramonto, quando la Pagoda viene illuminata a giorno.

Per cena veniamo portati sul lago Kandawgy, in un ristorante da una insolita costruzione simile ad un doppio battello (13000 kyat): si mangia a buffet ed assistiamo ad uno spettacolo di danza birmana. C’è gente, ma non è pieno, siamo lontani dall’alta stagione di fine dicembre – marzo, dice Maria. Aggiunge anche che questo è un ristorante “del governo”, e che dice sempre che non ci tornerà… ma come “guide turistiche” devono obbligatoriamente andare in certi posti…

 


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