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Botswana - Natura selvaggia, popoli e animali PDF Stampa E-mail
Scritto da Taddy e Gloria   
Indice degli Articoli
Botswana - Natura selvaggia, popoli e animali
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Martedi' 8 Agosto
Oggi attraverseremo la riserva chiamata Makgadigali, sul cui terreno si trova il campeggio dove abbiamo appena dormito. Dal campeggio, pero', per entrare nella stessa riserva bisogna dapprima uscire, percorrere una pista che corre fra due alte recinzioni elettrificate e solo dopo alcuni km entrare attraverso un cancello con il chiavistello ricoperto di spessa gomma all'interno della riserva. Il gate dove pagheremo 290 pula per il permesso di attraversare in giornata la riserva si trova qualche km piu' in la'. Un ranger ci da' la mappa su cui poi ci indica i punti migliori dove scendere al fiume per poter vedere gli animali. Qui abbiamo imparato che entrare in una riserva in Botswana senza la prenotazione non si puo' se si vuole passare li' dentro una o piu' notti (se poi ci sono dei posti disponibili ti fanno entrare comunque ma e' un rischio nei periodi di alta stagione visto che sono in genere pochissime le aree dove si puo' campeggiare !!) mentre si puo' tranquillamente se si vuole semplicemente attraversarla in giornata.
Vorrei soffermarmi un attimo sulla recinzione elettrificata. Questa lunghissima rete, alta piu' di due metri, venne fatta costruire dal governo nel 1954 per un motivo specifico: salvaguardare la selvaggina dalla possibilita' di contrarre l'afta epizzotica che colpiva in maniera sorprendente i capi di bestiame degli allevatori. Si decise che tale barriera avrebbe diviso fra loro i pascoli degli stessi allevatori - che ovviamente si accaparrarono il nord del paese, piu' ricco d'acqua e dunque piu' fertile - ed i territori selvaggi dove la fauna selvatica avrebbe vissuto "protetta" dall'incubo dell'afta. Quasta idea, che parti' come un buon proposito nei confronti della selvaggina, divenne invece una trappola mortale per migliaia e migliaia di animali che, durante i periodi di grande siccita', come ad esempio quello del 1983, cercarono disperatamente di raggiungere le zone piu' settentrionali dove il loro codice genetico ricordava esserci acqua e dunque vita, per poi morire tutti lungo questa terribile rete. Sono purtroppo famose le foto strazianti di tanti animali morti stecchiti sotto la rete con le pozze colme d'acqua dall'altra parte. Ebbene, sono diversi anni che i movimenti ambientalisti, come ad esempio Conservation International, cercano di dialogare con il governo del Botswana proponendo l'attuazione di "canali" che consentirebbero i flussi migratori della fauna selvatica durante i periodi peggiori ... ma ancora nulla si e' mosso in questo senso. E sapete qual'e' la cosa piu' assurda ? Che non e' ad oggi stata ancora appurata scientificamente la possibilita' di trasmissione dell'afta epizzotica fra specie domestiche e specie selvatiche .... roba da fare accaponare la pelle ....
Con questi tristi pensieri in testa, e con la visione proprio dello scheletro di una zebra sulla pista che stiamo percorrendo fra le due alte reti metalliche, penetriamo nella riserva Makgadigali. Percorriamo la pista sabbiosa dapprima in pianura, poi in discesa ripida verso il letto del fiume Boteti attraverso l'accesso indicatoci dal ranger. Giunti qui, ci fermiamo subito e spegnamo il motore: una fila lunghissima di gnu si sta compostamente dirigendo verso una pozza alla nostra sinistra: restiamo con le narici e le orecchie aperte a vivere questo angolo di mondo preistorico, dove solo noi siamo gli intrusi. Ci siamo infatti mossi abbastanza presto questa mattina e non incontriamo altri veicoli in tutta la riserva. Quando gli gnu sono passati, con cautela attraversiamo la valle fluviale seguendo sempre le tracce che costituisco la pista principale. Ora, alla nostra sinistra c'e' un folto gruppo di zebre e di gnu che si mescolano tranquillamente fra loro: sembrano persone che passeggiano per le vie pedonali di una grande citta'. Ogni tanto si sente il lamento di un cucciolo che chiama la mamma e fa una gran tenerezza !
Proseguiamo lungo la pista ed arriviamo in un luogo che sulla mappa e' descritto come "Hippo Pool": c'e' una pozza abbastanza grande d'acqua che riflette il blu del cielo e sulla riva opposta a quella dove ci troviamo noi notiamo quattro enormi sassi grigi e levigatissimi ... che si rivelano essere, ad un esame piu' attento col binocolo, quattro ippopotami stravaccati ed immobili ! Solo una codina o una piccola orecchia sventola ogni tanto per scacciare qualche insetto noioso.
Torniamo sulla pista che corre in alto e che percorre verso nord la riserva. Sul fondo sabbioso incontriamo spesso impronte e cacche di elefante, ma dei pachiderma per ora nessuna traccia ! Alcuni Kudu femmina fanno capolino fra gli arbusti ed e' sempre una gioia vederli !
Ad un certo punto, sulla pista vediamo due uomini venirci incontro: sono a piedi ed il piu' giovane ha un bastone in spalla con una bottiglia d'acqua che pende all'estremita' posteriore. Siamo stupiti, che ci fanno due persone a piedi in una riserva ? O sono indigeni oppure sono ... bracconieri. Ci si gela il sangue quando per un attimo confondiamo il bastone del giovane con un fucile ! Ed invece si tratta di due allevatori che hanno perso due delle loro capre: qualcuno le avrebbe viste addentrarsi quella stessa mattina nella riserva e ci domandano se per caso le abbiamo viste. Povere bestie, crediamo che non abbiano fatto una bella fine ...
Poco dopo questo insolito incontro raggiungiamo l'asfalto: la riserva e' finita e da questa parte non ci sono ne' sbarre ne' gate. Voltiamo a destra.
Pochi km ed imbocchiamo una nuova pista che si dirige decisa, larga, sabbiosa e piatta verso la riserva Nxadi. Si rivelera' abbastanza deludente: l'unica pozza e' secca, ci sono solo pochi scheletrici springbok e due sciacalli che attendono solo che una delle loro prede si sdrai sfinita dalla sete. Dove la pista compie un anello che si chiude su se stesso, pranziamo all'ombra: c'e' un caldo allucinante. Poi, dopo un caffe' che speriamo ci doni un poco di energia per arrivare sani a sera, usciamo dalla piccola riserva Nxadi e percorriamo a ritroso una parte della pista larga, sabbiosa e piatta che ci ha condotto qui. Dopo 17 km pieghiamo a sinistra, direzione: Baine's Baobab. La pista attraversa distese piatte di gialla erba accarezzata dal vento per poi scivolare accanto a sorprendenti ed abbaglianti "salar" di forma piu' o meno circolare di un bianco che acceca ! Ne attraversiamo uno piuttosto vasto con il fuoristrada e sembra di viaggiare sulla neve ! Ad un certo punto, all'orizzonte, un miraggio di baobab rossi si rivela ai nostri occhi sbigottiti: siamo arrivati al Baine's Baobab, un boschetto microscopico di una decina di splendidi baobab che resistono uniti nel bel mezzo di questo mare di sale ! Ci portiamo a piedi nel mezzo del boschetto e restiamo come paralizzati da tanta meastosita': ci sentiamo piccoli esseri insignificanti mentre questi giganti ci guardano benevoli dall'alto delle loro migliaia di anni. Abbiamo letto che la crescita di questi alberi e' piuttosto rapida nei primi 270 anni, poi rallenta moltissimo; fioriscono fra ottobre e dicembre ma i loro grandi fiori bianchi stanno aperti solo 24 ore ! La leggenda vuole che il Creatore si arrabbio' moltissimo contro questi alberi, li sradico' dal suolo e quando torno' a gettarli nuovamente verso la terra essi vi si conficcarono a testa in giu'. In effetti, sembrano proprio radici questi loro rami paffuti e levigati. I boscimani li considerano sacri e non si fermano sotto di essi a dormire.
Al di la' del boschetto torna il candido salar e noi vi viaggiamo nuovamente sopra in direzione di una seconda isoletta di terra dove e' consentito accamparsi. Ma quando arriviamo abbiamo un'amara sorpresa. Un nutrito gruppo di sudafricani sta gia' bevendo birra in attesa del tramonto, mentre due "schiavetti" neri stanno allestendo l'accampamento per loro. Quando li salutiamo, loro non solo non rispondono, ma ci guardano con volti di pietra senza un sorriso e poco dopo ci dicono: "Questo e' territorio nostro, non c'e' posto per voi.". Facciamo dietrofront maledicendo l'uomo bianco e mentre guadagnamo di nuovo la pista larga, sabbiosa e piatta che ci ha condotto qui ragioniamo su dove poter andare a passare la notte.
Una cosa eccezionale avviene lungo la pista: incontriamo una jeep con due ragazzi italiani e ci fermiamo a parlare con loro, scambiandoci informazioni e consigli, ridendo e sciogliendo il nervoso che si era impadronito di noi. Dopo esserci augurati un buon proseguimento a vicenda ci salutiamo e noi ci dirigiamo verso l'asfalto rincuorati. Gli italiani in viaggio sono un popolo speciale !
A Gweta facciamo il pieno di benzina poi cerchiamo il bivio che conduce al lodge Planet Baobab, che secondo la Lonely Planet e' molto grazioso. Lo troviamo poco dopo essere usciti da Gweta: a segnalarlo c'e' sull'incrocio un enorme manufatto di cemento a forma di oritteropo (un formichiere notturno che raggiunge la lunghezza davvero considerevole di un metro e mezzo ed un peso di 80 kg !).
Sono ormai le sei di sera quando entriamo nel cortiletto del lodge ed abbiamo appena il tempo per portarci col fuoristrada nella zona del campeggio e sistemare la tenda per la notte, quando uno splendido tramonto pennella il cielo di lingue gialle e rosse e per un secondo pensiamo a quegli antipatici che avranno questo spettacolo davanti agli occhi con sullo sfondo i bellissimi baobab di Baines ...
Inizia la serata che sara' una delle piu' belle e romantiche di tutto il nostro viaggio ! Questo lodge e' semplicemente spettacolare, assolutamente imperdibile se passate da queste parti ! La savana che unisce l'area del campeggio alla costruzione principale con la reception ed il ristorante, accoglie un sistema capillare di piccoli sentierini delimitati da tronchi sottili e paralleli appoggiati al suolo che uniscono fra loro le capanne, la reception, i servizi igienici e le diverse piazzole del campeggio; ogni 10 metri circa c'e una lanterna ad olio che espande sull'erba intorno una calda luce gialla; sullo sfondo non ancora del tutto nero del cielo si stagliano le imponenti sagome di maestosi baobab che danno il nome al lodge stesso e a noi pare di camminare in paradiso !
La costruzione principale e' un'alta struttura di legno con bizzarre poltrone zebrate e muretti di pietra rotondi attorno a minuscoli tavoli. Il personale, tutto nero, e' carinissimo ed anche la cena sara' molto buona: pollo e manzo al curry con riso bianco ed insalatina mista. Sperimantiamo anche il liquore di palma, denso e zuccherino, prodotto in Sudafrica utilizzando l'estratto delle palme mokolane che crescono qui in Botswana. Una serata fantastica !

Mercoledi' 9 Agosto
Con la luce del nuovo giorno diamo un'occhiata piu' attenta al lodge. Costruito secondo l'antica architettura tradizionale degli uomini del bush, possiede un'area adibita al campeggio che dista circa 200 metri dal gate principale e dalla reception - ristorante. Il campeggio ha sei piazzole distanti fra loro (40 pula per notte) ed alcune capanne per chi non ha la tenda con se'. Queste si dividono in due tipi, uno piu' economico (130 pula) piu' semplce e spartano, ed uno piu' curato e caro (550 pula). Entrambe hanno forma conica e le pareti sono costituite di fascine di legna molto adese fra loro. Sono splendide anche le due capanne gemelle dei servizi igienici: a base circolare e del diametro di 25 metri circa, portano sulle pareti esterne disegni simbolici distinti su quella degli uomini e su quella delle donne, una fila di pali conficcati nel suolo forma una sorta di porticato che sorregge il tetto spiovente. All'interno la poca luce proviene da lampadine sulle pareti, protette da un cono di legnetti: l'atmosfera e' calda ed avvolgente. Un'isola centrale di fango compresso e lucidato tanto da sembrare ceramica accoglie su tre gradini concentrici quattro lavandini, ciascuno con la sua saponetta ed il suo picolo specchio di ferro battuto a forma di fiore. Fre i lavandini ci sono ciotoline colme di preservativi, sopra ai quali c'e' la scritta "NOT FOR SALE", un estremo tentativo di arginare quell'orrenda piaga che e' il diffondersi dell'aids fra un numero purtroppo crescente di persone qui in Botswana. Anche all'interno delle porte dei vani doccia e wc ricavati lungo la circonferenza della capanna, sta un cartello che cita: "Being HIV positive is not a death sentence. Essere positivi all'HIV non e' una sentenza di morte; vieni a fare gratuitamente il test per l'HIV presso i centri specializzati. Se diagnosticata in tempi brevi, la malattia puo' essere tenuta sotto controllo con una spesa di circa 100 euro al mese, mentre se diagnosticata tardivamente, possono essere necessari fino a 1000 euro al mese. Dopo il primo anno di contributi di spesa, il Governo paghera' per te le ulteriori spese." Purtroppo, anche 100 euro al mese sono una cifra spropositata per la maggioranza della popolazione.
Per colazione ci offrono squisiti bigne' croccantissimi appena fritti che rappresentano un ottimo inizio di giornata !!
Usciamo dal lodge e ci dirigiamo nuovamente verso Gweta; qui incontriamo non poche difficolta' a trovare la pista che abbiamo deciso di seguire. Anche il gps e' inutile poiche' partono dal paese decine di stradine che vanno nella stessa direzione, che sarebbe per noi quella giusta ma che si rivela sempre essere quella sbagliata dopo poco che ne seguiamo una ! Nel frattempo, scorazzando fra le viuzze sterrate e polverose del paesino, assistiamo a scene di vita autentica che ci stringono il cuore, come una lezione nel cortile della scuola cui partecipano indistintamente bambini ed adulti.
Chiedendo ai passanti troviamo finalmente la pista giusta (l'antica usanza di chiedere alla gente, come vedete, non si perde con l'avvento della tecnologia !!) quindi ci dirigiamo verso sud, la velocita' ridotta per la presenza di innumerevoli buche; alberini di aloe simili a palme in miniatura con un singolare ciuffo sommitale fiancheggiano la pista in diversi punti.
Incontriamo un primo gigantesco baobab che si eleva imponente sulla pianura circostante. Sui suoi rami piu' alti giace un grande nido e dentro e' accovacciato un pulcino gigante di avvoltoio: allunga il gia' lungo collo per seguire i nostri movimenti giu' in basso ed ogni tanto guarda nel vasto blu del cielo se ritorna la mamma. Che tenerezza ... decidiamo di restituirlo alla pace ed alla solitudine del suo mondo.
Proseguiamo ancora verso sud; la nostra meta e' un secondo baobab, talmente grande da essersi fregiato del nome di "faro". E lo vediamo finalmente, ci guida davvero come fosse un faro, un groviglio imponente di rami rossi che svettano sopra ai cespugli bassi della savana. Con un diametro alla base di ben 25 metri, il Green Baobab (dal nome dell'esploratore europeo che per primo lo vide) e' costituito da sei fusti fusi fra loro alla base. Su ciascuno di essi, ad una certa altezza, partono rami minori e da questi rametti piu' piccoli e cosi' via, creando un fantastico e complesso ombrello rosso. Ha una grande fessura fra due tronchi e la leggenda vuole che pioneri ed esploratori lasciassero le loro lettere proprio qui dentro, trasformando "il faro" in una sorta di "ufficio postale della savana" !
Qui vicino incontriamo tre giovani che camminano, stanno tornando al loro villaggio portando con se' alcune radici dalle quali, ci raccontano, ottengono un decotto che serve a ripulire l'intestino.
Lasciato il Green Baobab alle spalle, la pista si lancia verso un'incantevole ed abbagliante zona di grandi salar, cosi' vasta che si vede anche dalla luna. Scendiamo e camminiamo sulla crosta dura e screpolata, una distesa di zolle la cui superficie si accartoccia su se stessa per effetto della secchezza dell'aria. Durante la stagione delle piogge, questi salar si trasformano in immensi acquitrini e circolare con un'automobile diventa impensabile. Ora la stagione e' secca e la crosta di sale e' compatta e durissima.
Un giro ad anello in questa zona ci porta fin sulla sommita' di una bassa duna dalla quale si riesce a dominare l'ambiente circostante: restiamo in piedi accanto ad un paletto che forse una volta portava un cartello ed ascoltiamo per lunghi minuti il vento che spazza questa immensa distesa selvaggia.
Torniamo indietro al Green Baobab e ci fermiamo in prossimita' di due villaggi. Arrivati al primo, piuttosto grande con un grande recinto di legni tutto intorno, scendiamo ed aspettiamo che un giovane timido e serio ci si avvicini: gli domandiamo se la pista che vediamo oltre il suo villaggio conduce a Kubu Island e lui ci risponde affermativamente. Poi gli doniamo un pacco da un chilogrammo di farina ed una scatolina di fiammiferi ed il suo viso si addolcisce: accetta il nostro dono che noi consideriamo un ringraziamento per il fatto che ci lascia scorazzare sulla terra che, tutto sommato, secondo noi appartiene alla sua gente. Mentre siamo ancora in sua compagnia, alle nostrte spalle udiamo un rumore di zoccoli al galoppo e, scena degna di un vero film western, assistiamo all'arrivo di due ragazzi in sella a due cavalli con un puledro tenuto per le redini. I tre si salutano e scambiano qualche parola, al che noi decidiamo di togliere il disturbo e di lasciare questa gente alla propria vita.
Al secondo villaggio, tre sole capanne chiuse in un rudimentale recinto, ci accolgono tre giovani, l'anziana e pittoresca madre ed un dolcissimo cucciolo di cane ! Qui i cani sono tutti assolutamente identici, biondi a pelo corto, di taglia medio piccola: sono utilissimi perche' cacciano i serpenti. Questo cucciolo rappresenta un'ottima scusa per una sosta e questi tre ragazzi sono molto piu' espansivi del primo, parlano un buon inglese e da loro veniamo a sapere che si cibano di verdura che a fatica riescono a coltivare su questo terreno arido (vediamo alcune grosse zucche stese a terra fra le capanne) e che vanno a prendere l'acqua ad una pozza qui vicino. Ogni tanto vanno a piedi al paese di Gweta per il mercato.
Adoriamo questi piccoli villaggi perche' ci ricordano che esistono ancora esseri umani in grado di vivere in simbiosi con la natura senza doverla per forza modificare. Una volta ho letto da qualche parte che il grado di intelligenza di un essere vivente si misura in quanto questo riesca ad adattarsi all'ambiente circostante nelle piu' diverse situazioni. Da questo punto di vista questa gente, questi pastori, questi contadini sono di gran lunga molto piu' intelligenti di noi !
Torniamo sulla nostra pista e ben presto passiamo accanto ad una considerevole quantita' di animali domestici, soprattutto mucche: ecco la pozza alla quale vengono ad approvigionarsi d'acqua gli abitanti dei villaggi sparsi in questa zona ! Lungo la pista incontriamo anche i resti diroccati di due capanne e ci fermiamo ad osservarli da vicino: le pareti rotonde sono spesse circa quindici centimetri e sono costituite di un impasto di fango grigio e ciuffi d'erba. Non c'e' piu' traccia del tetto ma all'interno e' ancora visibile l'angolo in cui doveva esserci il focolare e sul muro una piccola sporgenza che doveva servire da mensola.
Arriviamo finalmente al cancello della riserva di Kubu Island: un guardiano viene ad aprirci e quando noi gli chiediamo quanto dobbiamo pagare, lui ci spiega che pagheremo una volta giunti all'isola. Alla nostra destra si innalza un grande cartellone con i prezzi che i veicoli e le persone devono pagare: se quest'uomo avesse voluto fare il disonesto ci avrebbe fatto pagare anche qui ... non saremmo mai tornati indietro per farci restituire i soldi ! Ma qui in Botswana corruzione e malafede presso la gente comune sono concetti che non esistono proprio: ecco perche' e cosi' facile innamorarsi di questo popolo !
La pista raggiunge in poco tempo un grande salar dal nome musicale di Sowa Pan: sviluppandosi per una settantina di km in direzione sud-nord e per circa una quarantina di km nel suo punto piu' largo in direzione est-ovest, questo immenso mare bianco accoglie lungo il suo margine sud occidentale la mitica isola verso cui siamo diretti. Rimaniamo sulle tracce ben visibili della pista bianchissima finche' vediamo stagliarsi davanti a noi un lembo di terra scura. Piu' ci avviciniamo e piu' non crediamo ai nostri occhi: Kubu Island e' favolosa. Alta non piu' di venti-trenta metri sul salar, Kubu e' un monumento nazionale ed e' protetta pur non facendo parte delle riserve nazionali del Botswana. E' selvaggissima: chiunque arrivi qui deve essere assolutamente autosufficiente e puo' rimanere a dormire in alcune zone stabilite, previo pagamento ad uno dei ragazzi dei villaggi appena fuori dal salar, che girano a piedi o in bicicletta sull'isola col loro registro ordinatissimo in mano.
Il sole sta velocemente abbassandosi all'orizzonte, cosi' abbiamo appena il tempo di fare un breve giretto dell'isola, rimanendo con le ruote sul sale e guardando sfilare le "coste" rocciose dell'isola alla nostra sinistra. Gli abitanti piu' pittoreschi di Kubu sono dei bellissimi baobab, che lanciano i loro rami rossi, arancio, marron e neri verso il cielo. I grandi massi di roccia simile a granito che movimentano la sua morfologia, le vaste anse simili a vere e proprie spiagge, la terra che digrada lentamente verso il sale la fanno assomigliare in modo sorprendente ad un'isola delle Seychelles !
La prima ed unica persona che incontriamo non appena penetriamo nell'isola e' una sorridente ragazza a piedi. Le domandiamo se possiamo rimanere qui a dormire e lei ci chiede di farla salire in auto: ci indichera' il tragitto per arivare alla nostra postazione dove trascorrere la notte. Dietro un gigante millenario dal tronco levigato e rossiccio, in posizione leggermente sopraelevata, sistemiamo il fuoristrada e paghiamo questa meravigliosa ed indimenticabile "suite" con vista sul mare di sale.
Questo posto ha un che di misterioso e di sacro: sara' per la presenza dei baobab che nella luce morente del giorno assomigliano sempre di piu' a spettri, sara' per il silenzio surreale che ci circonda, sara' perche' l'isola e' disabitata da millenni ma una qualche forma di vita ha costruito un muro di pietre dal significato tuttora sconosciuto, fatto sta che noi assorbiamo l'energia sacra che emana il terreno e lentamente ci pervade un gran senso di pace !
Il tramonto e' bello da mozzare il fiato e la sensazione di trovarci in un mondo parallelo abitato dagli spiriti cresce quando nella penombra attorno a noi scorgiamo delle nuvolette bianche muoversi leggere sfiorandoci per poi morire fra i cespugli. Forse sono solo farfalle notturne ... ma ci diverte pensare che siano in realta' degli spiritelli venuti a salutarci !
Nella notte buia alcuni puntini luminosi si avvicinano all'isola in un silenzio perfetto: sono turisti ritardatari che vengono a passare come noi la notte qui. Non sapremo mai in quanti saremo sull'isola questa notte perche' le auto che arrivano si portano lontane dalla nostra postazione e perche' dopo il tramonto vige l'ordine assoluto di non viaggiare.
Il silenzio non e' rotto da alcun suono mentre ceniamo. Prima di ritirarci a dormire ci concediamo un lusso assai raro qui in Botswana: un giretto a piedi mano nella mano nell'oscurita' appena rischiarata dalla luna crescante in direzione del salar. Su quest'isola, infatti, la guida Lonely Planet dice che non ci sono animali per l'assenza di acqua e per l'estrema inospitalita' dell'ambiente salino. Romanticissimo ed incantevole, questo giretto si trasforma all'improvviso in una poco composta ritirata a gambe levate non appena nei bui recessi dell'interno dell'isola, sotto le fronde di un immenso albero, decine di soffi e di sbuffi intimidatori di animali non ben identificati rompono la pace: i nostri sorrisi beati diventano smorfie di puro terrore ! Cosa saranno mai ? Un mistero che si aggiunge agli altri e che rimarra' irrisolto !!

Racconto tratto dal sito http://digilander.libero.it/antoniotaddia



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