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Botswana - Natura selvaggia, popoli e animali PDF Stampa E-mail
Scritto da Taddy e Gloria   
Indice degli Articoli
Botswana - Natura selvaggia, popoli e animali
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Venerdi' 18 Agosto
Il Moremi ci fa il suo ultimo regalo questa mattina presto: un leone maschio vicino alla pista ! Ha un muso gigantesco ed una bellissima criniera, e' seduto vicino ad una pozza dove ieri avevamo avvistato la carcassa di un animale. Si lascia guardare per bene, poi si sdraia completamente e l'erba alta lo nasconde quasi del tutto.
Oltre il gate proseguiamo sulla ghiaiata in direzione di Maun dove arriviamo verso mezzogiorno. Lunga circa una decina di km, questa cittadina si sviluppa intorno ad alcuni centri commerciali molto vivaci dove si puo' trovare quasi ogni cosa. Passiamo alla Travel Wild e finalmente diamo un volto a Ruth, la ragazza con cui abbiamo comunicato tramite internet e che ci ha prenotato gran parte dei campeggi in Botswana. Le portiamo, come promesso nella nostra ultima email, della birra fresca e lei apprezza molto il gesto !
Facciamo spesa in un grande supermercato, riempiamo di benzina i due serbatoi del Nissan e le taniche, mangiamo qualcosa, facciamo riparare una gomma che abbiamo forato qualche giorno fa (forse una spina di acacia) per soli 19 pula (3 euro) e scriviamo a casa in un internet caffe' .
Alle 18 cominciamo a cercare un alloggio per la notte e la scelta cade sul molto economico - con inganno - Okavango River Lodge, dove ci concediamo il lusso di una stanza con bagno. Siamo a Matlapaneng, 9 km a nord di Maun.
Ceniamo allo Sport Bar, un posto molto popolare da queste parti, con una pizza discreta, carne bianca speziata e dolci al cioccolato. Ad un tavolo vicino al nostro c'e Ruth con tre amiche, tutte allegramente ubriache da venerdi' sera !
Torniamo al nostro lodge ... dove scopriamo inorriditi l'inganno celato dietro all'economicita' delle stanze: musica ad un volume stratosferico con turisti ubriachi fradici che "strisciano" fra i tavolini del bar-discoteca ... Proviamo a dormire ma e' tutto inutile, anche i tappi sono insufficienti ! Ci giriamo e ci rigiriamo senza posa, finche' alle due non ne possiamo piu' e decidiamo di andarcene. La giovane padrona e' molto comprensibile e non vuole essere pagata per la notte che non abbiamo finito di trascorrere; e' anche sinceramente preoccupata per noi, dove andremo a quest'ora di notte ? Non c'e' piu' nulla di aperto, viaggiare col buio e' pericoloso ed il campeggio libero in citta' e' sconsigliato. Non sappiamo cosa faremo ma sappiamo per certo che vogliamo assolutamente allontanarci da questo posto il prima possibile !
Quando l'inferno della musica a tutto volume e' solo un brutto ricordo e noi siamo al buio su una strada buia nella notte buia non rischiarata neppure da un lampione, finalmente ci rilassiamo e ci piomba addosso un sonno micidiale. Sulla strada principale c'e' un campeggio che pero' ha i cancelli chiusi e nessun guardiano ci viene incontro. Allora proviamo all'Alfa Lodge, una specie di motel con stanzette pulite ed un bagno in comune: il cortiletto e' inaccessibile per via di un grande cancello chiuso, ma per fortuna arriva subito un guardiano che ci dice che non possono fare entrare nessuno a quest'ora. Quando pero' sente la nostra storia e vede i nostri volti da morti di sonno probabilmente pensa che ogni tanto nela vita si puo' anche fare un'eccezione e ci apre le porte per una notte finalmente silenziosa e ristoratrice !

Sabato 19 Agosto
Tre ore scarse di sonno e siamo di nuovo in piedi: sono solo le sette ma abbiamo un programma molto pieno per oggi e preferiamo partire presto. La nostra colazione e' gia' miracolosamente pronta in una stanza che fatichiamo non poco ad inquadrare come sala ristorante. Il motel e' ancora profondamente addormentato, nessuno in giro cui chiedere informazioni, tutte le luci sono ancora spente: tentiamo aprendo la prima porta che ci capita e siamo fortunati ! Su un tavolo ci sono due tazze ed un piattino coperto con pane e marmellata, mentre in un angolo c'e una di quelle macchinette che scaldano l'acqua e tutto il necessario per prepararsi un orribile ma caldo caffe' solubile !
Partiamo in direzione Tsao su una veloce strada asfaltata; il cielo e' nuvolo e fa un discreto fresco. Deviamo verso ovest sulla pista che conduce alle Aha Hills, sabbiosa ma tutto sommato piuttosto ben messa e procediamo ad una velocita' intorno ai 45 km orari. Breve sosta ad un piccolo villaggio dove scambiamo alcune chiacchiere, o meglio alcuni gesti, con due donne sorridenti e piene di vita: ridono come impazzite quando sentono la nostra pronuncia nel nominare Xai Xai. Nella lingua san, infatti, la "x" non si pronuncia "ics" bensi' con uno dei tre click di cui il loro idioma e' ricco, solo che per noi e' una cosa ardua far schioccare la lingua contro l'arcata dentale superiore e subito dopo attaccarci un "ao" e per ben due volte di seguito ... il risultato e' alle loro orecchie talmente divertente che non riescono a smettere di ridere e ci fanno ripetere questi suoni finche' i muscoli del collo ci fanno male ! Quando finalmente si calmano, si avvicina al nostro gruppo un bimbetto che, dall'alto dei suoi forse quattro anni, ci guarda tutto serio, allunga un braccino verso la pista davanti a noi con un ditino teso ad indicare la direzione e solennemente dice "STREIT !" ... e le due donne giu' di nuovo a ridere con le lacrime agli occhi ... Meravigliosa gente africana !
Di nuovo al volante, dopo un'oretta ci immettiamo su una larga ghiaiata che si interrompe improvvisamente qualche km dopo cedendo il posto ad una tratto di sabbia che percorriamo in dieci minuti. Al primo incrocio prendiamo la sinistra; se andassimo a destra arriveremmo piu' rapidamente a Xai Xai ma questa scelta non ci permetterebbe di vedere cio' che siamo invece intenzionati a visitare. La pista e' sottile e compie una sorta di gimcana fra belle acacie; altro bivio, a sinistra anche qui. Breve sosta per il pranzo senza uscire dalla pista assolutamente deserta: fa molto caldo e cerchiamo disperatamente l'ombra del Nissan. Sbirciamo curiosi la savana e se guardiamo verso nord-ovest intravediamo all'orizzonte delle piatte ombre scure che per il momento non raggiungono neppure la cima delle acacie: sono le Aha Hills.
Dopo aver superato un piccolo villaggio abbandonato, la pista si inerpica lentamente su chiare formazioni di dolomia ricoperte di rada vegetazione; il panorama e' splendido e selvaggio. E' proprio all'interno della dolomia che si cela qualcosa di unico qui in Botswana, qualcosa di cui gli abitanti della zona vanno assolutamente fieri: una grotta ! Si chiama Drotsky Cave (o anche Gcwihaba), e' lunga circa un km ed ha ingresso ed uscita a breve distanza fra loro sulla superficie terrestre. Ad indicarne il punto esatto troviamo una grande lastra di pietra scura levigata su cui apprendiamo che la grotta e' stata dichiarata Monumento Nazionale. L'ingresso si trova a qualche decina di metri davanti a noi ma il sentiero e' piuttosto chiuso dall'erba alta ed abbiamo paura di avventurarci: strani fruscii e rumori di sassi che rotolano ci incollano alla lastra. Dopo pochissimo tempo che siamo qui sentiamo il rumore di un'auto che ci sembra dapprima un'allucinazione, ma che poi si rivela effettivamente reale ! Un pick-up bianco come il nostro si parcheggia vicino a noi e ne scendono tre persone: sono due ragazzi di un villaggio vicino ed un ricercatore del museo di Gaborone loro ospite in questi giorni. Ci hanno sentito arrivare e sono subito corsi qui con l'intenzione di farci conoscere la "loro" grotta ! Ci allungano due caschetti, una torcia ed un registro su cui lasciare la data ed il nostro nome. Ci invitano anche a leggere una circolare ... sulla quale impariamo che ci apprestiamo a compiere la visita alla grotta a nostro rischio e pericolo e che le guide declinano ogni tipo di responsabilita'. Chiediamo allora se e' facile incontrare animali selvatici pericolosi in questa zona ... e loro ci rispondono candidamente di si' e che proprio sull'ingresso della grotta c'e la tana di una coppia di leopardi !!! "Ma ... si va lo stesso ?" domandiamo noi increduli. "Certo" rispondono loro con un'espressione sbalordita dipinta sui volti nerissimi. Improvvisamente ci rendiamo conto di quanto la nostra domanda sia stata sciocca: provate a pensare di ribaltare la situazione e che queste tre persone siano appena arrivate alle porte della citta' in cui vivete. Procedete sul marciapiede e ad un certo punto dovete attraversare la strada; loro, osservando le auto che sfrecciano, vi domandano "Ma non sara' pericoloso ?" Voi rispondete: "Beh, si', ogni tanto muore qualcuno investito." E loro: "Ma ... attraversiamo lo stesso ?" Voi cosa rispondereste ? Ecco come si devono essere sentiti questi ragazzi ascoltando le nostre domande ! Due mondi cosi' differenti, con bellezze differenti e differenti cause di pericolo, ma le persone sono le stesse ovunque: affrontano i pericoli di tutti i giorni con coraggio ed un pizzico di fatalismo !
Ci incamminiamo dunque ed in loro presenza non abbiamo piu' paura: certamente queste persone sapranno come comportarsi se davanti a noi improvvisamente comparisse un leopardo ! Stiamo in silenzio ed e' bellissimo camminare nell'erba alta ascoltanto solo il fruscio dei passi. I nostri padri in Africa camminavano come noi ora ed e' un po' come trovare un contatto con loro, con cio' che eravamo. E' bello ricordare ed e' bello non dimenticare.
L'ingresso della grotta ci si para dinnanzi e ci blocchiamo ad osservare i profili sfrangiati dell'enorme apertura scura, i grandi massi precipitati dall'alto chissa' quando, le radici degli alberi che penzolano nel vuoto. Seguiamo le nostre guide e ci ritroviamo sul suolo sabbioso della caverna: raggi entrano obliquamente ed illuminano solo una porzione delle pareti che ci avvolgono. Lentamente gli occhi si abituano alla penombra e ci guardiamo attorno. Il ricercatore del museo inizia il racconto in un inglese spedito di cui non capiamo tutto ma i concetti di base sono chiari. Mostrata dalla gente del luogo per la prima volta ad un bianco, Martinus Drotsky, nel giugno del 1934, questa grotta ha origine nell'era Precambriana, quando l'umidita' e l'acidita' delle acque piovane dissolsero la dolomia dando vita ad un piccolo fiume sotterraneo. Due, tre milioni di anni fa iniziarono a formarsi molte stallattiti e stalagmiti che si possono ammirare ancora oggi e che movimentano l'interno dell'antro buio; verso di esse i tre ragazzi sembrano provare un'infinita tenerezza, mostrandocele e parlando loro come si trattasse di crature vive, e tutto sommato dobbiamo riconoscere che lo sono vive, continuando a crescere giorno dopo giorno in maniera inarrestabile ! Poi ci vengono presentate alcune creature che vivono la grotta: si tratta per lo piu' di insetti, fra cui spiccano grossi coleotteri neri che camminano sul terreno e che i ragazzi continuamente ci illuminano per impedire ai nostri piedi di porre fine ai loro giorni. Dimostrano una sensibilita' che e' davvero raro trovare nelle persone che conosciamo e che incontra completamente la nostra solidarieta' ! Vivono qui anche pipistrelli, rapaci notturni e piccoli roditori.
I reperti archeologici rinvenuti ci fanno capire che l'uomo preistorico non ha mai abitato la grotta, ma che la utilizzavano per qualche cerimonia a noi tuttora ignota.
Dal momento che Taddy soffre un poco di claustrofobia e dalla via che i ragazzi ci dicono che ci sono almeno tre punti in cui bisogna superare fori stretti in cui i nostri corpi passerebbero a malapena, decidiamo di finire qui la visita e di andare pero' a vedere l'uscita dall'esterno. Camminiamo per circa sette minuti ed infine troviamo la seconda apertura, piu' ripida della prima e rappresentata da un antro piu' piccolo. Qui fuori scattiamo una foto ricordo alle nostre belle guide e offriamo loro del denaro per il progetto che continuamente studia la biologia e la storia della grotta ... ma loro candidamente rifiutano osservando che "non sono abilitati a ricevere denaro" e che la tassa per la visita la pagheremo al villaggio di Xai Xai. Restiamo a bocca aperta per tanta dignitosa onesta' e li salutiamo con l'intima convinzione che certamente avremmo tanto da imparare da gente cosi'.
Due ore di auto ci separano dal villaggio e quando vi giungiamo chiediamo dove possiamo pagare per il campeggio della prossima notte. I primi ragazzi che consultiamo sembrano non capire la nostra domanda, cosi' li salutiamo e questi riprendono con molto gusto a correre dietro alla loro palla. L'uomo che incontriamo poco dopo vagare fra le capanne ci indica un gruppo di uomini che, seduti all'ombra di un grande albero, trascorrono il pomeriggio chiacchierando. Dal gruppo si alza un giovane veramente altissimo vestito con pantaloni marron ed una giacca color cachi che sorridendo ci chiede di cosa abbiamo bisogno in un discreto inglese. Compresa la nostra esigenza ci spiega che dobbiamo andare dall'altra parte del villaggio, inizia a spiegarci la strada ma subito dopo cambia idea e decide che e' meglio se lui sale in auto con noi per spiegarci meglio ! Sale e si siede al mio posto, mentre io mi siedo praticamente sul cambio e cosi' iniziamo a muoversi sulle piste sabbiosissime di Xai Xai che non e' altro che un gruppo ben nutrito di capanne in mezzo alla savana. Dopo qualche minuto il ragazzo ci fa fermare l'auto su uno spiazzo di terra battuta in mezzo a tre capanne distanziate circa 20 metri l'una dall'altra; esce e va a parlare con una donna piccolina che subito si dirige verso di noi. Indossa pantaloni grigi ed un maglioncino di cotone bianco con rombi colorati - sotto il quale notiamo una certa rotondita' - ed ha il viso tipico della gente San con il naso molto largo alla base, la bocca carnosa, gli occhi stretti in due fessure che ricordano i mongoli e tante rughette a raggera in direzione delle tempie: una fisionomia davvero singolare a queste latitudini ! Ricordando di aver letto come usano salutarsi i San, io allungo alla donna la mano destra e mentre lei me la stringe io con la mano sinistra mi abbraccio l'avanbraccio destro subito sotto al gomito. Accorgendosi del mio gesto lei rimane sbalordita: non credo che incontri molti turisti e non credo che molti di questi l'abbiano salutata alla tradizionale maniera San e questo pare averla colpita moltissimo ! Le raccontiamo di aver visitato la grotta e di voler campeggiare in una delle aree predisposte alla base delle Aha Hills: lei si dirige verso una delle capanne per uscirne un momento dopo con in mano un registro dalla copertina verde rigida. Appunta i nostri dati con bella calligrafia e, ricevuta la somma di 120 pula (15 euro), ci consega la ricevuta di pagamento, un esempio di impeccabile burocrazia in mezzo alla savana ! E dire che c'e' ancora qualcuno che parla di questi popoli usando la parola "selvaggi" ... se solo tutti gli uomini che popolano la terra fossero ugualmente "selvaggi" ...
Restiamo un'ora intera in loro compagnia poiche' nel frattempo abbiamo iniziato a chiacchierare amabilmente, rispondendo alle loro domande e facendone noi a loro: si e' radunata una piccola folla ed apprendiamo che sono quasi tutti componenti della famiglia della "donna col registro", la quale ha tre figli, aspetta il quarto ed ha due sorelle che si divertono a mettersi in posa davanti al mio obiettivo. Queste ragazze sono molto diverse fra loro, una e' seria, il viso tondo e la testa rasata, indossa una gonna lunga color sabbia ed una felpina scura, si cui porta un telo che la fascia sotto le ascelle e le cade fin sotto la vita, il collo adorno di perline colorate. L'altra e' sempre sorridente in modo assai civettuolo, porta una fascia color fucsia sui corti capelli neri e crespi ed indossa una maglietta rossa. Entrambe sono estremamente fotogeniche ... ma la piu' bella di tutte e' senz'altro una donna piu' matura, che quando vede la mia Nikon si apre decisa un varco tra la folla, si accende una sigaretta e si siede a terra davanti a tutti, tirandosi la gonna fino alle ginocchia e con la testa alta fa grandi gesti per far capire che vuole essere fotografata ! Ha un fazzoletto in testa, lunghe collane color turchese e due cavigliere nere sui piedi nudi. Restera' fra tutti la mia preferita e nessuno mi toglie dalla testa che, col suo atteggiamento di gagliarda ed accettata superiorita', ella sia la madre di tutta la famiglia li' raccolta !
Salutiamo queste persone con la promessa di mandar loro le foto scattate in quegli indimenticabili minuti (promessa mantenuta !) e con una luce splendida che allunga ombre fantastiche sulla savana circostante ci avviamo alle colline; 7 km e 20 minuti dopo prendiamo una sottile pista fra la vegetazione per giungere in 3 km alla base delle rocce che costituiscono le Hills sotto cui chiari segni di precedenti focolari ci indicano il sito del campeggio. Sotto un bel boschetto e con ancora le risate cristalline della gente di Xai Xai nelle orecchie, ceniamo e ci prepariamo per una finalmente silenziosissima notte.

Domenica 20 Agosto
Dormiamo piu' del solito, avevamo bisogno di recuperare certe ore di sonno perdute ! Partiamo che sono gia' le 8 e 30 e ben presto riguadagnamo la larga e comoda pista abbandonata ieri sera per salire al campeggio; direzione: Gumare.
Vicino al confine con la Namibia, verso cui si dirige la pista che ora ci troviamo di fronte, la pista diventa di nuovo sabbiosa e si riduce notevolmente la nostra velocita'. Per il momento restiamo in Botswana ed all'incrocio prendiamo dunque la destra; d'altra parte la strada di sinistra puo' essere seguita per sconfinare in Namibia soltanto dagli indigeni che si spostano per motivi di lavoro o di famiglia e non dai turisti come noi !
Poco dopo, all'ombra di un grande albero, una visione meravigliosa ci fa rallentare fino a fermarci: una splendida donna vestita in perfetto stile vittoriano, con un ampio vestito color viola e bianco, un grande fazzoletto porpora legato morbidamente al collo ed un copricapo a due punte sempre sul viola a completare il quadro, se ne sta seduta in attesa. Ha un bel viso pieno ed anche il fisico e' corpulento, un bel sorriso le addolcisce i tratti quando le chiediamo se vuole un passaggio. Assieme a lei ci sono due bimbetti nudi, fatta eccezione per un gonnellino appena accennato di pelle in vita ed un collare che abbiamo gia' visto in Namibia ... addosso agli Himba ! Le ricaviamo un angusto spazio sul sedile posteriore e, mentre i bimbi le passano due contenitori pieni di un liquido torbido e biancastro (che poi scopriamo essere latte), la donna sorride e sistema le grosse membra fra zaini, borsoni e scatoloni. In breve siamo pronti a ripartire e ridiamo tutti di gusto quando il Nissan prende quasi subito a rimbalzare come una palla impazzita sulle cunette dure di sabbia che costituiscono la pista ! L'odore che emana questa donna ci giunge nuovo ma lo sentiremo varie volte ancora durante le prossime ore: non capiamo se e' la sua pelle oppure qualche pianta che si trova solo qui, sta di fatto che non e' propriamente un odore piacevole, difficile da descrivere ma che assomiglia vagamente all'odore di qualcosa che inizia a marcire, dolciastro e pungente. Non ci consola certo pensare che forse e' lo stesso odore che avverte lei ora annusando noi ... Parla inglese, si chiama Kape ed appartiene all'etnia degli Herero. Ecco spiegata la somiglianza con gli Himba: un tempo i due gruppi etnici erano la stessa cosa, poi i Nada ne costrinsero alcune famiglie ad allontanarsi verso ovest ed esse si stabilirono in Namibia nella regione oggi chiamata Kaokovelt e presero il nome di Himba. Domandiamo a Kape se conosce gli Himba e lei ci risponde: "Si', parliamo la stessa lingua".
Dopo vari balzi e scossoni giungiamo ad un villaggio e Kape ci fa capire che deve scendere qui: subito arrivano verso di noi una bimba bellissima ed una ragazza altrettanto bella, dal viso serio, i capelli corti ed una collanina d'oro al collo ! E' la sorella di Kape, sposata al capo di questo villaggio. Fotografiamo le tre donne e promettiamo anche a loro di spedire le foto (promessa mantenuta; Kape ci rispondera' quasi un anno dopo mandandoci gli auguri di buona Pasqua ed una sua piccola foto formato tessera, non vi racconto l'emozione aprendo la busta ...). Riflettendo sulla collanina al collo della sorella di Kape - cercando di immaginare il viaggio del marito per andare a comprarla, senza automobile e col solo ausilio dell'autostop fatto alle rare auto di passaggio per queste zone remote, forse un mese di tempo in viaggio - riprendiamo la nostra pista per fermarci ancora dopo pochi chilometri. Altro villaggio, altra umanita' vivace e loquace, altre fotografie.
Ancora in pista: incontriamo un piccolo varano che ci attraversa indolente la strada e si nasconde soffiando fra i cespugli.
Infine ecco l'asfalto che ci conduce speditamente a Gumare; qui pranziamo con del pollo scaldato al microonde al negozietto della stazione di servizio e ci rimettiamo in strada dopo un breve riposo.
Nel pomeriggio penetriamo nel territorio degli Etsha. Verso la fine degli anni '60 scoppio' in Angola una guerra civile violentissima e molti civili scapparono verso sud divenendo profughi in Botswana; le autorita' di questo paese allestirono un nuovo insediamento dove i profughi si sistemarono alla maniera angolana, ovvero in diversi villaggi distanziati fra loro di circa un chilometro. I villaggi si chiamarono Etsha ed a ciascuno fu dato un numero progressivo per cui nacquero Etsha 1, Etsha 2 e cosi' via fino ad Etsh 13. Occupano un territorio semi-paludoso ricco d'acqua anche nel periodo piu' secco dell'anno, ovvero il mese di agosto.
Siamo sulla pista per Etsha 6, il villaggio piu' grande che ha anche una pompa di benzina; quando arriviamo ci sembra di essere stati catapultati in sud America ! Palme alte e vie sabbiose, ragazzi molto svegli e vestiti da "rappers": si intuisce che non sono africani originari di queste parti, troppo diversi da quelli che siamo abituati ad incontrare !
Ci immettiamo ora sulla pista per Etsha 13 e l'uso del Gps si fa subito indispensabile: nessuna indicazione infatti ci rassicura sulla direzione presa e spesso ci pare di essere sulla pista che conduce al campo di qualche contadino ! Il fondo e' sabbioso e profondo ed incontriamo due carrelli miseramente insabbiati ed abbandonati in mezzo alla pista; il Nissan aggira gli ostacoli senza problemi. Arriviamo a lambire l'acqua del delta del'Okavango che allunga le sue propaggini fino a qui ed il panorama e' caratterizzato da ampi prati verdissimi e "isole" di frondosi alberoni; la vegetazione cela l'acqua che talvolta e' profonda ma non ce se ne accorge finche' non ci si finisce dentro ! Dopo una disavventura nell'attraversare una di queste zone alluvionate decidiamo che e' meglio rimanere con le gomme all'asciutto e cosi' preferiamo seguire una pista immaginaria che corra il piu' possibile vicino agli alberi alti, dove siamo certi esserci sempre la terra. Il Gps ci indica in qualunque momento la pista buona e non corriamo il pericolo di perdere ... la bussola !
Lentamente ci allontaniamo dal delta e la terra torna arida e sabbiosa. Ad Etsha 13 ritroviamo l'asfalto e lo seguiamo fino a Sepupa; qui troviamo l'indicazione per l'accogliente Swap Stop Campsite. Gestito da bianchi e piuttosto popolare, questo campeggio ha un largo spiazzo recintato con qualche grande albero sotto cui ci si accampa, un laghetto con tanti chiassosi uccelli, docce con acqua calda, un bel bar ristorante sulla riva del fiume su cui si puo' navigare noleggiando una barchetta. Bellissimo tramonto fra le canne.

Racconto tratto dal sito http://digilander.libero.it/antoniotaddia


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