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LIBIA - Akakus trekking, deserto e preistoria PDF Stampa E-mail
Scritto da Taddy e Gloria   
Indice degli Articoli
LIBIA - Akakus trekking, deserto e preistoria
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Lunedi' 25 Dicembre
L' alba ci coglie ancora tutti qui, assonnati e doloranti per la posizione scomoda della notte.
Ormai partire e' diventata una questione vitale e cerchiamo di capire perche' siamo ancora qui, mandando Hassan ad informarsi. Il velivolo necessita di un pezzo di ricambio (!) che deve arrivare da chissa' dove, ci ha riferito poco dopo; successivamente abbiamo atteso l' arrivo del pilota, quindi tutto pare pronto per l' imbarco. Ma sono gia' le 13 quando finalmente mettiamo i piedi su un bimotore color sabbia della Libian Air. Con ben 18 ore di ritardo... stiamo infine rullando sulla pista dell' aereoporto di Tripoli!!! Non ci sembra vero e ci prepariamo a gustare l' ebbrezza del volo.
Dall' alto si vede bene la geologia del paese; verde vicino al mare e per un centinaio di km verso l' interno, diventa all' improvviso completamente desertico di li' in giu'. Il volo dura circa un' ora e mezzo, dopo di che atterriamo a Sebha, paesone di 100 mila anime, anonimo avamposto in mezzo a terre deserte. Da qui veniamo accompagnati ad un albergo su una piccola collina, dove possiamo finalmente mangiare e riposare per bene.
Dopo cena, infatti, e dopo una mezz'ora passata col gruppo ad organizzare il trekking (ci sara' infatti da ritoccare una tappa per colpa di questo ritardo), ognuno si ritira esausto nella propria camera. Siamo pero' felici perche' domani finalmente ci lasceremo alle spalle la civilta' con tutti i problemi ad essa legati!

Martedi' 26 Dicembre
Due pullmini arrivano dopo pranzo, caricano i nostri zaini e ci fanno salire: ci aspettano 600 km di strada asfaltata che ci condurranno a Ghat, in pieno Sahara. Attraversiamo paesaggi deserti e superbi, puntellati di piccole alture rocciose o sabbiose. Ci fermiamo solo per comprare un po' di frutta, pane e bibite. Ma la strada e' molto lunga e ne approfittero' per raccontare un po' di storia della Libia.

GheddafiBreve storia della Libia.Siamo nel nord Africa, a pochi km dalle coste della nostra isola piu' "africana", Lampedusa. La Libia confina ad est con l' Egitto, ad ovest con l' Algeria e a sud con il Ciad. E' bagnata dal Mediterraneo, solcando le acque del quale le imbarcazioni di innumerevoli popoli dell' antichita' si spinsero alla sua conquista. Anche l' Italia fu a lungo interessata al dominio delle sue coste, in tempi moderni come in tempi antichi, quando anziche' di Italia si parlava ancora di Regno dell' Antica Roma. I Romani si impossessarono di alcune citta' costiere fondate dai Fenici, "romanizzandole" ad arte e dando cosi' vita a gioielli come Sabratha e Leptis Magna. Per passare ai giorni nostri, l' Italia condusse un' ampia manovra di colonizzazione, lasciando fortini in mezzo al deserto, confinando i nomadi in campi con la scusa di ridurre il nomadismo, ma anche portando avanti in modo esemplare una grande campagna per sconfiggere la malaria, costruendo pozzi e pompe, rassodando terreni aradi trasformandoli in magnifici campi di mandorli, ulivi, mandarini, aranci e viti, costruendo una rete stradale che permette tuttora di raggiungere i principali paesi. Ha costruito anche scuole ed ospedali, in modo che, perlomeno la parte sedentaria della popolazione, non ha serbato tutto sommato cattivi ricordi della colonizzazione. Le cose peggiorarono con l' arrivo di numerosissime famiglie italiane, che ovviamente si impossessarono dei terreni migliori ed arrivarono a superare addirittura il numero di indigeni! Scoppio' la seconda Guerra Mondiale, in seguito alla quale la Libia fu proclamata monarchia da un emiro che aveva opposto grande resistenza alla colonizzazione italiana. Durante il regno di Re Idris, sotto il suolo libico viene scoperto il petrolio, che rendera' il paese uno dei piu' importanti fornitori mondiali di greggio; ma la fortuna bacia solo un quarto della popolazione, che per la maggior parte e' rappresentata da miserabili. Cosi', nel 1969, un colpo di stato incruento porta al potere Gheddafi, il quale sostiene di voler dare piu' potere alla massa, essendo lui stesso figlio di beduini e quindi povero. Egli utilizza gli introiti del petrolio per grandi lavori pubblici, soprattutto mirati a portare l' acqua dove non c'e', pompandola da enormi falde in pieno deserto e portandola mediante maestosi acquedotti dove serve. Fa smantellare le basi militari inglesi ed americane, nazionalizza il 51 % delle multinazionali che estraggono il petrolio nei suoi territori, caccia tutta la comunita' italiana, confiscando ogni suo bene. Nel 1973 presenta al mondo il suo Libro Verde, che dovrebbe essere secondo lui una via di salvezza dal capitalismo che ormai imperversa nel mondo occidentale. Dal 1974 Gheddafi e' coinvolto in episodi di terrorismo, in seguito ai quali, nel 1994, le Nazioni Unite proclamano l' embargo alla Libia. Questa risoluzione stritola pian piano il paese, fa impazzire i prezzi, favorisce il mercato nero e danneggia la popolazione; lentamente il dittatore inizia ad intiepidirsi, fa chiudere i campi di addestramento di gruppi terroristici. Nel 1997 Papa Woityla si schiera per la fine dell' embargo, insieme a Nelson Mandela che aveva ottenuto sostegno ed aiuti per la sua lotta antiapartheid in Sudafrica dallo stesso Gheddafi. E' cosi' che nel 1998 ha fine questo periodo buio per la Libia, la quale apre immediatamente le porte al turismo e ai rapporti con l' estero. Ed e' grazie a questa apertura che noi siamo qui oggi, in trepidante attesa di scoprire le meraviglie nascoste di un paese cosi' vicino al nostro ma per tanti anni cosi' lontano.

La montagna maledetta

Lentamente il sole si abbassa all' orizzonte, mentre noi superiamo ancora un posto di blocco dove giovani ed annoiati militari si alzano da terra per venirci incontro e scambiare quattro chiacchiere, finalmente contenti di vedere qualcuno. E' quasi buio quando incontriamo una jeep dal vivace colore giallo; e' ferma lungo la strada e noi ci fermiamo subito dopo. Ne scendono tre magnifici tuareg, nelle loro lunghe vesti; ci dice Hassan che sono alcuni dei ragazzi che ci accompagneranno nel deserto ...e che sono fermi li' ad aspettarci da ieri sera! Proseguiamo quindi il nostro viaggio, per giungere in breve ad uno spiazzo sabbioso a lato della strada, dove passeremo la notte. Scendiamo dai pullmini e ci guardiamo attorno, esausti ma felici: domani inizieremo a camminare ma gia' ora assistiamo ad uno spettacolo della natura che ci lascia sempre una bel ricordo: il tramonto. La luce del sole morente sta colorando di rosso ogni cosa, ed in particolare rimaniamo incantati da una spettacolare formazione rocciosa che i tuareg chiamano "la montagna maledetta", poiche' la leggenda la vuole abitata da alcuni spiriti maligni.

Montiamo le tende, ceniamo intorno ad un bel fuoco, mentre i tuareg se ne stanno poco distanti intorno al loro fuoco. Quando ci diamo la buonanotte sono gia' le 10 e 30.

La nostra guida Hassan

Mercoledi' 27 Dicembre
Anche l' alba su questa sabbia rossa e' splendida. Dopo colazione disfiamo in breve tempo l' accampamento e risaliamo sui pullmini. A soli 30 km da dove siamo ora c'e' Ghat, ultimo posto civilizzato prima del "grande nulla" del deserto. Vi giungiamo tutti elettrizzati dal piacere della scoperta e restiamo abbagliati dalla bellezza del posto. Ghat e'Monili in argentoun minuscolo paese abitato da tuareg gentili, che appena ci vedono da lontano si avvicinano silenziosi e stendono a terra le loro coperte che ricoprono con splendidi monili fatti intermante a mano; sono infatti ottimi modellatori di argento e gli oggetti costano anche parecchio! Il paese e' costituito da una sorta dilabirinto di case basse e di un materiale simile al tufo che, essendo costituito dalla terra dei dintorni, si confonde in modo sublime al paesaggio circostante.La cosa piu' bella e' che il fondo su cui si cammina e' sempre e solo costituito da sabbia rossa e morbidissima. E del resto non potrebbe non essere cosi': siamo nel deserto e la sabbia copre ogni cosa, figuriamoci se non si deposita sulle stradine fra le case!
Torniamo alle auto, per scoprire che i nostri zaini sono stati trasferiti a bordo di 2 jeep, dal momento che iniziamo da qui a penetrare in territori selvaggi dove il solo mezzo che puo' agevolmente muoversi e' una vettura 4 per 4 ...oltre che i nostri piedi 2 per 2!!
Percorriamo un tratto di pista verso est, osservando davanti a noi innalzarsi sempre piu' il profilo scuro di un' altopiano roccioso, verso cui ci dirigiamo decisi. Siamo incantati e non riusciamo a staccarne gli occhi: e' quello il deserto che attraverseremo, che sara' la nostra casa per i prossimi 9 giorni, che ci donera' emozioni uniche...e' proprio il Tadrart Akakus!
Il Tadrart Akakus e' un parco nazionale e rappresenta il proseguimento di un altro parco, il Tassili algerino. E' costituito da un massiccio altopiano di arenaria, attraversato da fiumi fossili risalenti alla preistoria che hanno scavato profondi e spettacolari canyon, sulle pareti dei quali troveremo i chiari segni del passaggio dell' uomo. Si sviluppa in senso nord-sud e noi lo penetriamo a livello delle sue pendici meridionali; il nostro tragitto percio' prevede di camminare per un centinaio di km verso nord, per ridiscendere a valle di fronte alle belle dune dell' erg Murzuk.

Verso l'Akakus

Ma per il momento siamo appena scesi dalle jeep e, infilati gli zaini, iniziamo a procedere verso le roccaforti occidentali dell' altopiano. Le jeep fanno dietro front e noi restiamo soli. Improvvisamente siamo proiettati in un mondo silenzioso e puro, dove gli unici elementi estranei siamo proprio noi. Oltre a noi 8 e ad Hassan, procede davanti a noi Argh Mohammed, un anziano tuareg di ben 65 anni che sara' la nostra guida terrestre. Camminiamo e impariamo subito una cosa importante: notiamo infatti che la nostra guida cammina di preferenza vicino ai pochi cespugli che ricoprono questa vasta distesa petrosa. Il motivo e' di una semplicita' tale che ci meravigliamo tutti di non averci pensato:L'altopiano la vegetazione nasce dove c'e' acqua, ovvero un fiume o un torrente. Qui di acqua non c'e' neppure l' ombra, ma se osserviamo bene il terreno, ci accorgiamo di star seguendo il letto in secca di un corso d' acqua che ha lasciato un poco di umidita' nel terreno sottostante, da cui le poche piante traggono nutrimento.Ebbene, quando l' acqua scorre leviga i sassi lungo il percorso, arrotondandoli e riducendoli... quindi camminarvi sopra risulta piu' agevole che lontano dal corso d' acqua!! Quante cose impareremo in questa manciata di giorni...avremo modo di stupirci della nostra ignoranza e della sapienza di questa gente del deserto che nella conoscenza del paesaggio ha tratto la chiave della salvezza, specialmente nel passato quando era nomade.
Ci avviciniamo sempre piu' all'alta parete rocciosa, seguendo sempre il tuareg. Osserviamo il suo abbigliamento curioso e pittoresco: un paio di pantaloni blu, un vestitone verde lungo fino alle ginocchia, un giubbotto verde scuro tenuto aperto, un turbante bianco attorno al capo e due semplicissimi sandali ai piedi. Ci sembrano cosi' fuori luogo i nostri scarponi da montagna guardando lui! Intanto per terra notiamo alcune "palline" vegetali color giallo; sono i piccoli frutti di una pianta strisciante tipica dei climi aridi, che una volta maturi si staccano, si seccano al sole fintanto che la polpa all' interno si asciuga, liberando i semini che poi sono trattenuti dalla dura buccia esterna. Il risultato sono queste simpatiche palline che se scosse ricordano molto le maracas!
Dopo una sosta ed uno spuntino energetico a base di banane, arance e uova, iniziamo la risalita della parete, alla base della quale siamo infine giunti. Bellissime cenge invisibili da lontano si inerpicano lentamente fino in cima, da dove lo sguardo spazia sulla vastita' della valle appena attraversata. In alcuni punti ci accorgiamo di camminare letteralmente sui fossili; grandi lastre scure sono infatti completamente rivestite di splendidi fossili di antichissime piante grasse.
Una volta giunti sulla cima si vedono a valle i segni lasciati dai corsi d' acqua asciutti.

Pitture rupestri

E' stupendo quassu', ma la guida ci fa cenno di seguirla: la tappa e' ancora lunga e dobbiamo arrivare al campo serale con la luce. Voltiamo percio' le spalle alla valle, osservando davanti a noi l' esistenza di una seconda e piu' bassa parete da risalire. Una volta giunti sull' altura sommitale, i nostri occhi si perdono in un' enorme distesa piatta e scura, da cui si innalzano bizzarre formazioni chiare; la guida si sta dirigendo decisa verso una di queste, dalla curiosa forma di un fungo. Arrivati ai suoi piedi, scopriamo meravigliati le prime pitture rupestri!Questo trekking viene chiamato "museo sotto le stelle" proprio per ricordare una delle caratteristiche importanti dell' Akakus, ovvero le sue pitture rupestri, universalmente conosciute per la loro bellezza. E avremo modo di verificare di persona l' integrita' di queste forme d' arte primitiva, i colori ancora incredibilmente vivaci, il senso della prospettiva e delle proporzioni che i nostri antenati di 6, 7 mila anni fa avevano imparato ad usare.Pitture rupestri
I colori bianco e rosso usati sono stati impastati con albume d' uovo o con latte, nel chiaro intento degli uomini di allora di fare arrivare i loro disegni fino ai giorni nostri. In tutto cio' troviamo una sorta di magia e di mistero affascinanti!
Proseguiamo col naso per aria scoprendo mucche pezzate, bellissimi struzzi e singolari uomini senza braccia.
Ritorniamo sulla distesa di rocce scure, staccandoci lentamente dal gruppo per respirare un' aria piu' solitaria e silenziosa. Poco dopo notiamo in distanza una lingua di sabbia chiarissima alla base di un roccione, e li' sotto si trova la jeep gialla con il resto dei tuareg che ci accompagnano.
In effetti, le nostre giornate prevedono di camminare in luoghi selvaggi e silenziosi, per cui le jeep seguono un itinerario differente dal nostro, incontrandoci solo al campo della sera e, quando e' possibile, anche al campo di mezzogiorno. Con noi viaggia sempre Argh Mohammed, senza il quale ci perderemmo dopo 5 minuti e moriremmo tutti di sete e di fame! Sulle jeep invece ci sono il cuoco, l' aiutocuoco, l' autista ed il capo spedizione che fa pure lui da autista. Per il momento non li conosciamo ancora, poiche' mantengono le distanze e noi li rispettiamo per questo.
Sulla sabbia pranziamo con insalata, formaggio, riso e frutta. Poi ci riposiamo una mezz' oretta, quindi riprendiamo il cammino, passando a fianco di altre spettacolari formazioni chiare su di uno splendido terreno scuro di minuscole rocce. Ben presto ci accorgiamo che le ombre iniziano ad allungarsi e che il mondo si dipinge di un rosso intensissimo. Si avvicina il momento piu' bello della giornata nel deserto, e copriamo in fretta gli ultimi metri che ci separano dal luogo stabilito per trascorrere la notte.L' arco Quando arriviamo, prima ancora di togliere gli scarponi dai piedi doloranti, ci guardiamo intorno a bocca spalancata. Siamo stupefatti per la bellezza di questo posto, e giorno dopo giorno ci renderemo conto che i tuareg hanno scelto per le nostre notti i posti piu' belli di tutto l' Akakus!
Ci troviamo infatti in un piccolo circo roccioso che nasce come per miracolo sulla distesa piatta attraversata oggi; interamente costituito di arenaria rossa, si modella davanti a noi in uno spettacolare arco naturale alto circa 50, 60 metri, che sembra disegnato sul blu del cielo. E' una visione mozzafiato, ma dobbiamo montare le tende prima del buio, cosi' rimandiamo a domani l' ammirazione per l' arco.
E' troppo bella l' atmosfera del campo a quest' ora: ognuno in silenzio monta il suo giaciglio, chi ha finito o chi preferisce dormire sotto le stelle contempla il cielo farsi sempre piu' scuro, i tuareg si affacendano attorno al fuoco coi loro vestitoni lunghi, la temperatura gradualmente si abbassa. Una magia che prosegue con la cena, tutti seduti su bei tappeti ed alla sola luce del fuoco e di una piccola lampada a gas. Che ricordi meravigliosi, che momenti indimenticabili...devo sforzarmi di proseguire il racconto perche' rischio di emozionarmi troppo.........

Racconto tratto dal sito http://digilander.libero.it/antoniotaddia



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